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In risposta ad una lettera del Fenzi in cui si chiedono le ragioni dell'"accresciuto numero degli operai e conseguentemente le spese di fabbricazione del ferro", Pareto dissente: "ella avrà certamente notato che oltre ad alcuni operai in più vi è un notevolissmo aumento della produzione del ferro tantoché ben lungi di crescere la spesa di fabbricazione diminuisce". La vera motivazione della disagevole situazione non sono i suoi sperperi, bensì "è che non si vendono i nostri prodotti, almeno, per quanto io sappia, il ferro di San Giovanni e la lignite di Castelnuovo". Quindi, seppur le condizioni di bilancio migliorino, peggiorano quelle di cassa. La ragione è che per diminuire il costo di produzione del ferro, sono costretti ad avere una produzione "quanto è possibile elevata e quindi, non vendendo il ferro, di gravare la cassa di tutto il costo di questo prodotto". La situazione va arginata, ma Pareto si lamenta di non poter avere, dove lavora, informazioni sulle condizioni attuali del mercato del ferro, né notizie sulla situazione finanziaria della Società. Nonostante ciò, capisce che "il prezzo del ferro in Italia debba ancora scemare e non abbia tosto a fermarsi su questa via". La situazione è grave, Pareto si rende conto che "abbiamo un capitale che va ogni giorno diminuendo" e la condizione finanziaria della società non lascia adito a grandi speranze verso la soluzione del problema. La Società ha in prestito ingenti somme con interessi del 6%, ma "par chiaro che non si potranno rimborsare in un anno, ce ne vorranno almeno due".
Nei mesi futuri crede però che il bilancio migliorerà. Ma "in ogni modo, ripeto, così non si va avanti". Il magazzino è ricolmo di "enormi quantità di ferro" tanto che Pareto non sa più "cosa fabbricare, mancando assolutamente di ordinazioni". Piuttosto che una momentanea sospensione dei lavoro, che servirebbe ben poco, propone di diminuire il prezzo del ferro, adeguandosi alle previsioni della scena economica.